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Candelori del sodaliziosportivo Fiamma“Troppi intralci per una struttura adatta alle corse ”Mengoni del motoclubCittà di Macerata“ Quei limiti esagerati” Controlli sulle strade, dibattito dopo le maximulte ai ragazzi filmati e denunciati dalla polizia Il popolo dei centauri: “Le piste? Solo un sogno”
MACERATA - Moto da 300 all’ora su strade adatte ad Apetti sconquassati. Ragazzi che se ne infischiano delle leggi e codice sempre più severo. Multe da 20 mila euro. Sempre la stessa questione: ti ritrovi in manette soltanto se rubi una mela. Oppure no?
I quattro giovani centauri di Montecassiano inseguiti e filmati (e denunciati) dalla polizia stradale di Camerino a Corridonia riaprono il dibattito sulla sicurezza, i telelaser. E l’immagine dei motociciclisti. “Voi giornalisti parlate bene - dicono -: ma noi sui giornali ci finiamo solo se c’è un morto. O in casi come questo. Se uno rapina una banca e scappa in macchina titolate: bandito rapina una banca. Se uno rapina una banca e scappa in moto titolate: motociclista rapina una banca. Mica va bene...”.
Graziano Candelori, presidente dell’associazione sportiva Fiamma di Macerata, non ha dubbi: “Ogni volta - sottolinea - dicono che le corse bisogna farle in pista. Giusto. Ma dove sono le piste? La più vicina è a Misano, ha costi proibitivi, un introito spaventoso. Con l’architetto Fabio Morresi avevamo provato a presentare un progetto per Civitanova, più o meno nella zona dove c’è Trony, ma non c’è stato nulla da fare. Adesso sembra che ci sia qualche spiraglio per un autodromo a Cingoli. Vedremo. Una struttura del genere comporta un investimento notevole, ha bisogno di almeno cento ettari e, da noi, spesso finisce per interessare il territorio di tre Comuni confinanti. Chi li mette d’accordo? Non capiscono che una pista rappresenterebbe un introito straordinario, permetterebbe di organizzare corsi di guida anche per i bambini delle Elementari. Bisogna far capire loro che si va in strada per divertirsi, per lavoro. Mio figlio corre in moto ma va al lavoro ad Ancona con lo scooter. E il casco ben allacciato. Io lavoro all’ospedale, a Radiologia, e lo vedo: tutti i feriti di incidenti in moto dicono che la colpa è degli automobilisti. Non li hanno visti. Chi va in moto è più vulnerabile. Invece costruiscono mostri da 200 cavalli e non sai dove andarci. Ti dicono - ed è giusto - che non devi bere. Ma in Germania dopo una determinata ora non somministrano alcolici. Qui organizzano da ogni parte le feste della birra, salvo poi mettere all’uscita una pattuglia di carabinieri o della polizia con il palloncino. Mah...”.
Anche sull’altro versante, quello di chi va in moto per turismo, i dubbi non mancano. “Un problema - rimarca il pollentino Enzo Mengoni, alla guida del motoclub Città di Macerata, sede all’ex mattatoio di via Panfilo - è la disaffezione dei giovani verso l’associazionismo. Ormai siamo una trentina di iscritti, in passato eravamo arrivati a 150-200. Nemmeno sappiamo più come spendere i soldi che abbiamo in cassa. Significa che i ragazzini passano dal motorino alle maximoto senza una guida, qualcuno che li educhi, li sappia indirizzare. Un altro problema sono i limiti: uguali o inferiori a 30 anni fa, solo che auto e moto sono di un altro pianeta. Molto più sicure. Con una moto mille di cilindrata andare a 110 orari è come andare, a livello di sicurezza, a 30 in scooter.
“Prendete la superstrada: anziché sistemare i tratti dissestati ci mettono il limite di 70 e poi ci piazzano l’autovelox. Non mi sembra corretto. Sa che mi ricorda tutta questa storia? Da ragazzo lavoravo in campagna e ci fu il divieto di usare l’atrazina nei diserbanti. Solo che, volendo, quei prodotti li potevi comprare. Ma per farci che? Sarebbe bastato toglierli dal mercato”. Forse sarebbe il caso di costruire moto (e auto) meno veloci. “Qualcosa - riprende e conclude Candelori - bisognerà comunque iniziare a fare davvero. La velocità, i morti, i controlli. Ormai è un problema sociale. Non è più possibile andare in giro per le nostre strade e vedere mazzi di fiori ovunque. Esse si sono trasformate in un gigantesco cimitero”.
DOMENICO CIARROCCHI,
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